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LO SPECCHIO

Perché basta guardarsi e a volte il nero si macchia di colore. 

Cammini su una linea e,
Un piede dopo l’altro,
Provi a scomporla.
Vuoi disegnare
Una giornata di maggio,
Forse giugno,
Col sole che brilla
E la luna che dorme.
Sei un mancino mancato
Ma lì non lo sai
E porti l’orologio
Sul polso destro,
Quello sbagliato,
Senza problemi.
Nessuno ha saputo tirarti fuori
E non sai se ti piace stare lì dentro
Anche perché, quando spegni la luce,
Non esistono più linee o cieli
Il vetro si oscura:
Persino la tua sagoma
Lentamente svanisce.

DESDEMONA

Continuo a vederla qui ogni sera, ho deciso che nella mia mente si chiamerà Desdemona. Entra sempre alla stessa ora, guardando ogni volta il telefono e facendo una strana smorfia con la bocca, quasi preoccupata di essere in ritardo; procede con l’avvicinarsi sempre al solito sgabello che, avendo compreso il rituale, faccio attenzione rimanga libero, in un modo o nell’altro.

Trascorre la sua serata fissando il posto di fianco al suo e recentemente ho notato come esso abbia una caratteristica inusuale: non si può vedere il resto del locale se non dando le spalle alla ragazza. Ordina sempre lo stesso drink e sembra attratta dal suo colore: continua ad osservarlo mentre sorseggia lentamente dal bicchiere, perdendosi spesso a fissare le persone che mano a mano aprono la porta del locale. Ogni tanto interagisce col suo telefonino, unico strumento che sembra separarla da una totale astrazione rispetto a quello che la circonda.

Non ho mai capito il senso del suo rituale, sono un barman e svolgo il mio lavoro, nel quale mi è vietato affezionarmi ai clienti. L’altra sera, però, qualcosa, per la prima volta, ha attirato la mia attenzione verso qualcuno dei miei avventori: Desdemona ha tirato fuori dalla borsa un quadernino e una penna stilografica, iniziando a disegnare; incuriosito, lo ammetto, ho sbirciato e ho visto un bozzetto molto particolare. Sul foglio veniva delineata la sagoma di un uomo in giacca e cravatta ma, salendo, ci si rendeva conto che in realtà la testa era quella di un pesce; in fondo al foglio appariva, in caratteri eleganti, la scritta “My Nightmare”, “Il mio incubo”. Credo che la ragazza si sia accorta del mio interesse verso la sua attività perché, prima di saldare il conto e lasciar libero lo sgabello, strappò il foglio e me lo consegnò senza dirmi nulla.

Da quel momento ho continuato a interrogarmi su di lei: perché quella strana figura è il suo incubo? Perché mi ha consegnato quel foglietto? Come mai compie ogni volta quello strano rituale? Dopo un paio di sere nelle quali abbiamo scambiato qualche sguardo di sfuggita e pochissime parole, sta arrivando l’orario del suo arrivo anche oggi e sono più deciso che mai a chiederle delucidazioni. Come mai questa curiosità? Non credo di capirlo: ho visto davvero tante persone passare da qui, ho conosciuto le abitudini e le stranezze di tutti ma questa ragazza non rientra in nessuna delle categorie da me incontrate e ho bisogno di sapere cos’ha dentro di lei. Eccola, è appena entrata. Si avvicina al solito posto, cerco di ritardare più del dovuto per creare in lei una sorta di attesa nei miei confronti ma D non sembra curarsene. Mi avvicino, mi fissa e poi ordina il solito, in maniera molto educata. Servendole quel che le ho preparato, mi decido a rivolgerle la parola.

“Se posso chiedere, come mai l’altra sera mi ha consegnato quel foglio?” Lei, poco rispettosa delle formalità, risponde “Sai, ho capito che tipo sei; ti piace osservare tutto, catturare il più possibile di quello che ti circonda e immagazzinarlo nelle mensole dedicate agli altri nel tuo cervello, senza mai esprimerti troppo, so che sei così, ho già conosciuto qualcuno come te.” Mi fissa e sorride, riprendendo il suo racconto “E’ la ragione per cui mi vedi qui ogni sera da diverso tempo; venivo qui con questa persona, stavamo seduti in questo posto e parlavamo delle nostre ansie, delle nostre incertezze, dei nostri problemi, senza curarci di tutto il resto, prendendolo in giro, facendocene beffa.” Mentre parlava, notai una strana smorfia sul suo viso, mentre la sua voce sembrava aver perso quasi ogni tonalità espressiva. “Ora ho perso completamente questa persona, non potrò più riaverla indietro ma il suo ricordo continua ad accompagnarmi.” Non capisco cosa l’abbia spinta a rivelarmi tutto questo ma, in modo stranito, domando “Ma cosa c’entra tutto questo col disegno?”. Lei sorride amaramente “Quel disegno è uno dei miei incubi ricorrenti; non ho paura di nulla ma quell’immagine mi manda totalmente nel panico e questa persona lo sapeva. Aveva ricevuto da me un disegno identico a quello” e alza lo sguardo, sorridendomi “credo che le persone come voi, sebbene molto rare, siano le più adatte a comprendere determinate cose, come il sogno in cui mi ritrovo circondata da queste buffe figure vestite eleganti ma con la testa di pesce e non so come liberarmene; molti hanno paura dei clown, questa invece è la mia fobia.” Compare, sul suo volto, un altro piccolo sorriso “quando ne parlai con quella persona mi disse di aver compreso la ragione del mio incubo, conoscendomi, o almeno di essersene fatto un’idea, ma non volle mai spiegarmelo. Un giorno cedette alle mie suppliche e mi diede un foglietto” Desdemona distolse lo sguardo e iniziò a frugare nella propria borsa, tirando fuori un pezzo di carta ordinatamente piegato. “Mi lasciò solo queste parole e, visto che la sorte è una puttana, quello fu il giorno in cui persi quella persona per sempre.” Sembra doloroso per lei parlare di questa perdita. “Mi dispiace per la sua perdita ma ora credo di voler sapere cosa le lasciò scritto” lei mi guarda “Non riesco a leggere queste parole quindi lascio a te il foglietto, se proprio ti interessa. Non so se avesse ragione, non so neanche se ho ben compreso cosa volesse dirmi, so solo che non riesco neanche a separarmi dai nostri piccoli rituali. Grazie di avermi ascoltato.” Con un gesto veloce paga il conto, si alza e corre via, quasi nascondendosi il volto.

Quel foglietto raccoglie tutte le mie attenzioni e decido di aprirlo, non curandomi del bar per qualche istante. Trovo una grafia veloce, di difficile comprensione, come quella di un bambino che ha da poco imparato a scrivere. “Sai cosa? Credo che il tuo incubo abbia a che fare con il tuo non saper nuotare e allo stesso tempo non sentirti adatta al mondo che ti circonda e che il tuo cervello fonda queste due cose e per questo tutto ciò ti terrorizza. Sei circondata da persone eleganti e agghindate ma che hanno la testa di pesce per farti capire che si presentano in un modo ma in realtà sono altro, aliene al tuo mondo, completamente a loro agio in ciò che tu non ti senti in grado di fare, in un ambiente che ti affascina ma solo se osservato da lontano perché ti fa perdere ogni tuo contatto con la zona di comfort se ci entri; vuoi entrarci ma solo per studiare meglio le cose e non averne più paura perché in fondo ti va bene avere la testa di una ragazza sebbene tu sia circondata da pesci, essendo una persona in fondo al mare. Ti prometto che sarò la tua ciambella, non quella che mangi, sebbene tu possa farlo quando vuoi con me, ma quella che ti regge a galla e ti sostiene anche quando le energie per rimanere a galla ti stanno abbandonando. Sarò qui e ti prometto che ti avrò insegnato a nuotare con le tue forze entro quando mi sgonfierò e sarò inutile per te.” Non so se Desdemona ha imparato ma il suo salvagente mi fa molta simpatia.

CENA FUORI

Perché davvero stavolta non avevo un titolo migliore. 

Andremo a danzare
Sotto un albero illuminato
Per poi pattinare
E veder splendere il tuo sorriso
Potremmo anche decidere
Di ritirarci in silenzio nel sonno
E pensare che il mondo inizi
Laddove tutti credano finisca.
Non hai idea di essere
Un giardino pieno di fiori
Di quelli che affronteresti le api
Pur di coglierne uno soltanto.

So di essere, per lo più,
Una calamita di malumori
Ma nel caso fossi un gorilla
Pregheresti per me?

DOSSI ARTIFICIALI

Perché ogni tanto si può essere banali a parole quando nei fatti si è imprevedibili. 

E tutte quelle persone
E tutte quelle parole
E tutte quelle azioni
E tutti quei chilometri
Contano poco o nulla
Quando queste guance
Si posano sul mio petto
Quando questo respiro
Termina contro il mio collo
Quando questo sorriso
Incontra sempre il mio sguardo
Quando questi occhi
Si aprono guardando i miei.

LA SCIMMIA

Prendiamo per buono che c’era una volta un tizio, di nome Freddy.

Freddy era un ragazzo normale: girovagava per la città, incontrava la gente, ogni tanto passava lunghi periodi chiuso nella solitudine della sua stanza, il suo antro, per cercare di rimettere un po’ d’ordine tra i suoi pensieri. Freddy infatti aveva un grande problema: pensava troppo. Davvero, non riusciva a smettere un attimo di pensare; a volte provava a rilassarsi, chiudere gli occhi e provare a immaginare il nulla ma mille cose gli tornavano nella mente e l’unica cosa che poteva fare era elucubrare a lungo su tutto quello che lo circondava, riflettere su quanto aveva letto, ascoltato o visto, fantasticare su situazioni che mai si sarebbero avverate. Qualcuno provava ad allontanare Freddy dai suoi pensieri ma niente riusciva a distrarlo. A volte pensava talmente tanto da non riuscire neanche a smettere di pensare che stava pensando. Ovviamente, la sua attività cerebrale aveva delle controindicazioni: Freddy spesso perdeva il contatto con la realtà e, girovagando per la città, non riusciva a controllare i suoi piedi, che lo portavano in un posto totalmente diverso rispetto alla sua meta; in più, era diventato totalmente insonne, in quanto si sa che pensare tanto non ti fa dormire e, le poche volte che riusciva a placare la sua mente, si ritrovava sempre in un sogno lucido poiché riusciva cogliere le incoerenze e i segnali che il suo cervello gli mandava.

Non so dove sta andando a parare questa storia ma un giorno Freddy si trovava a scuola; si discuteva su uno dei suoi libri preferiti e una ragazza stava provando a commentare la trama, dando delle interpretazioni che a Freddy sembravano totalmente sbagliate; egli decise di intervenire e portò molti punti a favore delle sue tesi ma la ragazza, che era da sempre considerata una delle più studiose della classe, non accettò di essere stata umiliata a tal punto e si rivolse a lui, urlando: “Smettila di vantarti, sei solo un impertinente che pensa troppo, troppo! Non hai neanche idea di chi hai davanti perché pensi troppo e ti eclissi dalla realtà! Nessuno vuole avere a che fare con qualcuno che pensa troppo!”. Quelle parole colpirono Freddy ma solo in parte, poiché stava già vagando con la mente. Egli continuò a rifletterci su per diverso tempo: non capiva come pensare tanto potesse essere considerato un difetto ma sembrava che molta gente intorno a lui la pensasse così. Dopo che la discussione tra lui e la sua compagna di classe divenne di dominio pubblico, tutti iniziarono a guardare Freddy con occhio diverso. Lui, nonostante prestasse poca attenzione, si accorse di questo cambiamento e iniziò a chiedersi se fosse tanto strano il suo insolito modo di vivere. Un giorno, su di un libro di poesie, da bambino, aveva letto una frase che lo aveva molto colpito: “Tutto avrei potuto immaginare ma mai che una scimmia potesse pensare”. Non ricordava il contesto della frase, non sapeva bene a cosa si riferisse, ma ogni tanto la ripeteva sottovoce, fra sé e sé, come una sorta di mantra.

Le giornate, i mesi e gli anni passarono. Freddy finì la scuola, si diplomò e si separò da tutti i suoi compagni. Decise di andare all’università, si laureò con ottimi voti e poi cercò un lavoro. Finì per fare il bibliotecario, un lavoro nel quale era impegnato relativamente poco, poteva stare in mezzo ai libri (come amava fare) e pensava per la maggior parte del tempo. Il tempo scorreva, conosceva un sacco di persone, leggeva un sacco di libri, fantasticava su un sacco di cose, gli piaceva la vita che conduceva. Conobbe persino una ragazza molto simpatica, iniziò ad uscirci e si frequentarono per diverso tempo. Un giorno, osservando i suoi movimenti e quello che diceva, pensò che lei gli stava nascondendo qualcosa. Le chiese se c’era qualcosa che doveva dirgli e lei scoppiò a piangere: “Mi dispiace ma io ci ho provato… Mi piacevi, mi piaceva il tuo modo di fare, il tuo pensare sempre, essere così tra le nuvole ma… Mi sono accorta che non mi va bene, non sei quello che voglio. Sei una persona fantastica e sono solo io che non sono adatta a te…”. Freddy non sapeva come prendere la notizia, iniziò a pensarci su ma non sapeva decidere se dover essere triste o sereno per non aver ingabbiato qualcuno che non gli apparteneva. Il tempo passava e venne il giorno delle elezioni: vi era però un candidato speciale. La ragazza che aveva fatto notare al mondo il modo in cui Freddy pensava troppo era cresciuta e nel frattempo era diventata un’imprenditrice di successo, così aveva deciso di buttarsi in politica. I suoi slogan erano decisamente qualunquisti, diceva “Basta pensare troppo, agiamo prima che qualcuno agisca contro di noi!” e la gente sembrava apprezzare tutto questo. Freddy non andò a votare ma seppe che la sua ex compagna di classe aveva stravinto e quindi era la nuova presidentessa. La donna attuò varie riforme, creò una forte industria bellica, riarmò il paese e, forte di un grandissimo esercito all’avanguardia, iniziò una guerra. Guerra che, ben presto, divenne mondiale.

Le città venivano distrutte, il mondo cadeva a pezzi, le bombe e le armi chimiche falciavano le vite di tutti intorno a Freddy ma lui sembrava aver perso ogni contatto con la realtà. Viveva nella sua biblioteca, circondato dai libri, ignorando tutto il resto. Pensava, leggeva, elucubrava, fantasticava. Nessuno andava più a fargli visita, nessuno era rimasto: lui neanche se ne accorgeva. Un giorno, un’immensa astronave calò sulla città di Freddy, ormai ridotta a un cumulo di macerie. Dall’astronave scesero diversi alieni, pronti a colonizzare il pianeta. Percepivano però ancora una forma di vita rimasta, dopo l’intera strage: con poca fatica riuscirono a trovare la biblioteca e uno di loro ne distrusse il muro, parandosi davanti a Freddy. Trovò un uomo sudicio, con barba e capelli incolti, intento a consultare numerosi libri e a pensare, meditare, riflettere su tutto quello che, una volta, lo circondava. L’alieno puntò il suo blaster contro di lui e, dopo una fragorosa risata, disse: “Tutto avrei potuto immaginare ma mai che una scimmia potesse pensare”.
Boom.

CONDANNA A MORTE

Perché non è qualcosa che consiglierei ma è un modo di vivere. 

Cammino da solo e un po’ rido
Mi fermo e un po’ sento freddo
Abbiamo da correre 100 metri
Ma facciamoli durare una maratona.

Se avrai fame ti nutrirò
Se vorrò bere mi disseterai.

Possono gli scheletri ballare?
Forse, se si sostengono a vicenda.
Possono i fantasmi abbracciarsi?
Forse, se diventano una cosa sola.

COME UN LANDITO/ZAINO

(Unite perché la seconda era troppo corta), perché nonostante si viva nel furor ritrovare lo stoicismo è sempre un piacere.

Sarebbe più facile udire
Il verso di una giraffa
Che vedere una nuvola,
Nel pieno del cielo azzurro,
A forma di cavallo
Con sopra me che aspetto
E te distesa sul prato
Che cogli la mia mano.

Ti ho chiesto di sposarmi
Ma non mi hai sentito
Forse perché avevi le cuffie
E le scarpe slacciate.

RICHARD

Eccoli là. Fermi, al solito posto. Mi attendono, mi fissano. Sono in ritardo, come sempre. Riesco già a percepire nei loro occhi quel misto di impazienza e giudizio negativo che accompagna ormai la mia vita da tempo: non riesco più a ricordare l’ultima volta che il mio arrivo è stato accolto da sorrisi pieni di gioia. Che poi, pensandoci, non vorrei neanche quello: mi basterebbe l’indifferenza per sapere che i miei sentimenti vengono ricambiati. Una persona una volta a me cara diceva sempre “Le cose si fanno in due!” ma nessuno mi ha mai insegnato a sopravvivere a queste situazioni.
Chi ti dice come comportarti quando il secondo termine del rapporto non è una persona ma un’Entità non meglio definita, un essere che ingloba figure antropomorfe ma vuole farle muovere e pensare come un qualcosa di unico, dar loro una coscienza comune dalla quale non si può sfuggire? Una sorta di Grande Fratello, o AM per quelli a cui piacciono i riferimenti colti che poi colti non sono, basta essere un po’ curiosi. O amanti delle cose ben scritte. Perché alla fine è questo quello che mi definisce. Mi piace pensare, confrontarmi, allargare i miei orizzonti, avere nell’enorme baule che mi porto sulla schiena anche le esperienze di persone lontane da me nello spazio e nel tempo per poter poi aver modo di sostenere con le persone che mi circondano discussioni più o meno futili sull’universo, sulla vita, su ciò che ci compone. Lo so, sembrerò stupido ma è questo ciò che mi fa sentire vivo. Non voglio attenzioni intorno, non voglio scoprire i segreti della natura tramite complesse formule matematiche, non voglio che tutti concordino con quello che penso: voglio conoscere tutto quello che vi passa per la testa, le vostre idee, i vostri sogni, cosa vi ha resi quello che siete oggi. Ed è difficile ottenere questo quando tutto ciò che hai davanti è quell’Entità grigia, disposta a tutto pur di annullare anche la più piccola libertà di chi la compone per piegarla al suo sommo volere.
Qual è lo scopo di tutto questo e chi lo ha deciso? Soprattutto, ne esiste davvero uno? Non penso di averlo scoperto, non credo di aver mai aderito ad esso firmando qualche astruso contratto che ora sono costretto a rispettare e non sono mai stato favorevole alla perdita dell’Io in nome del bene comune. Detesto persino la democrazia perché per 51 persone che accontenti sei costretto ad annullare la volontà delle altre 49, mentre ognuno dovrebbe avere diritto di vivere secondo quella che è la sua volontà. Non ci sono volontà superiori così oggettive da poter raggiungere la comunità d’intenti totale per chiunque faccia parte di un gruppo. Nasciamo soli e moriamo soli, dovremmo avere il diritto di vivere la nostra vita in queste condizioni quando lo riteniamo necessario. Non dovremmo essere forzati ad aderire a qualcosa perché gli altri lo decidono. Mi si potrebbe obiettare che menti illustri definiscono l’uomo come animale politico e sociale: potrei obiettare che le menti illustri possono tranquillamente andarsene affanculo se sento il bisogno estremo e spasmodico di fuggire da ogni legame.
Quegli sguardi puntati addosso, i giudizi che posso percepire scrutando le loro menti e le loro intenzioni mai palesate mi spaventano. Chi sono io in rapporto a loro? Non lo so più, per questo sto cercando di evadere. Mi sono riempito di piccoli pezzi di ognuno e ho annullato me stesso entrando a far parte dell’Entità; nel momento in cui, però, sono riuscito a tirarmene fuori ho ritrovato la coscienza di me, il mio Essere, quello che tanto mi piaceva e che qualcuno riusciva persino ad apprezzare – poveri stolti – . Come ti rapporti al mondo esterno quando la tempesta che senti trova la quiete solo nella riflessione interiore? Non sono capace di farlo e ora ogni volta che mi trovo immerso in mezzo alle altre persone non vedo altro che l’Entità: il panico si impossessa del mio corpo, lo stomaco si chiude facendo risalire solo conati di vomito vuoti, impossibili da espellere, forse perché vorrei urlare quello che ho dentro ma so che l’Entità non ha orecchie. L’Entità non può vedere la mia sofferenza: non ha occhi e non può credere che esista qualcuno che sta male al suo cospetto perché agisce per il bene comune. L’Entità non può sentire il tanfo che genera perché non ha naso; il mio sangue ferroso, il mio freddo e acido sudore, le mie lacrime salate non possono essere assaporate dall’Entità poiché non ha lingua. L’Entità, però, ha voce: è potente, ridondante, arriva da ogni lato e asfissia, assorda, fa sentire impotente e interrompe persino il flusso dei pensieri.
Son contento per chi riesce a farne parte ma io non posso sopportare tutto questo: la mia sensibilità è troppo alta per poter essere messa da parte e ho sacrificato elementi della mia vita ben più importanti per lei. Non è questione di badare solo a se stessi e infischiarsene, non è questione di egoismo puro, anzi: guardo con un pizzico di invidia condita d’amarezza quelli che riescono a credere e predicare che il mondo finisca con loro, sebbene questo li renda comuni, incapaci di empatizzare, impossibilitati a comprendere una certa bellezza e quindi noiosi, prevedibili. E’ proprio perché credo di poter dare il mio meglio nell’oscurità, agendo silenziosamente e non perdendomi dentro ad una massa informe che decide per me come far procedere la mia vita. E’ un passo coraggioso: l’Entità può dare sicurezza, mettere in contatto con nuovi elementi, sviluppare senso di appartenenza. Ma è proprio perché quest’ultimo è andato a farsi benedire tanto tempo fa che non riesco ad amalgamarmi.
Ho perso talmente tante volte tutti i luoghi che reputavo la mia meta, la mia Casa, che ormai non riesco più a sentirmi parte di qualcosa. Potrei tornare forse, un giorno, a farlo e lì capirò che la mia esistenza non è andata totalmente sprecata ma di certo questo luogo non è l’Entità. Le cose che amo sbiadiscono, si rovinano, perdono di significato e si dissolvono lentamente: anche la mia vita, forse, lo sta facendo, ma sento l’urgente bisogno di brillare un’ultima volta prima della chiusura del sipario. E non è un’esigenza egocentrica: voglio che tutto ciò che io abbia mai elaborato, pensato, conosciuto, intuito o dedotto rimanga agli altri e dia loro qualcosa in cui credere. Voglio essere quello che cerca la via d’uscita dalla balena per tramandarla agli altri, incerto se per lui la strada sarà libera una volta trovata perché potrebbe benissimo essere troppo tardi. Lasciatemi la libertà di sognare. Lasciatemi la libertà di decidere e vivere per me stesso. Lasciatemi la libertà di essere libero.
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“Non ho nomi, non ho leggi, non ho padroni. Ho solo buonsenso e voglia di aiutare il prossimo. Non è questione di odio o noia, lo giuro. Ho solo bisogno di salvarmi prima di annegare. Spero lo capiate e che sarete felici per me se riuscirò finalmente a trovare un posto per me perché sono stanco di essere sbagliato, imperfetto, l’alieno incompreso di turno. Non sono un eroe, sono solo uno che legge e scrive cose per hobby.”
Queste furono le parole ritrovate scritte sul biglietto che Rick lasciò agli altri prima di dissolversi, diventare sabbia e sparire chissà dove, trascinato dal vento. Quel vento forte, impetuoso, caratteristico ma, soprattutto, libero. Come lui voleva essere.

JIM CARREY

Un’insalata di conversazioni (reali o solo immaginarie) forse un po’ troppo melensa per i miei gusti. 

Difficilmente noto il colore degli occhi delle altre persone
Perché a guardarli rischio di finire come sto ora
Signorina, i tuoi, di occhi, potrebbero uccidere
6 milioni di persone e anche più
E andiamoci piano con queste cose
Perché altrimenti poi escono altre migliaia di libri
Altre centinaia di film che vincono gli oscar
E a me quei film sembrano orribili
Preferisco quelli che ti fottono la testa o ti fanno ridere
Come tutti quelli con Jim Carrey
Lui è depresso, anche se non si sa in giro.
Quindi evitiamo le stragi, chiudi gli occhi e riposa
Anche perché, a prescindere sia The Mask o Truman Show,
Un giorno mi piacerebbe vedere quegli occhi svegliarsi
E dir loro buongiorno e, casomai non li rivedessi,
Buon pomeriggio, buonasera e buonanotte.